Quando un libro non mi piace, puoi stare sicuro che vince il Premio Strega.
Anche quest'anno è andata così. 'La solitudine dei numeri primi' di Giordano mi è sembrato il solito libro di disgrazie che si affastellano, di lacrima facile all'italiana. I personaggi mi sono apparsi poco credibili, esasperati a tratti, senza sfaccettature, piatti.
Forse ad irritarmi è stato questa esasperazione dell'angoscia, questo voler ricercare la commozione a tutti i costi. A suo tempo provai la stessa repulsione per 'Non ti muovere' della Mazzantini e 'Caos Calmo' di Veronesi. (Mi sento una specie di Cassandra alla rovescia ^_^).
Forse, come vi è stato fatto notare, leggo troppa narrativa straniera.
Certo leggere Paolo Giordano e poi immergersi in Revolutionary road di Richard Yates apre la strada ad un confronto decisamente impari.
I libri che fanno successo in Italia mancano di spietatezza e di vigore, mancano di ombreggiature e chiaroscuri, insomma di spessore. C'è sempre qualcosa che salva questi personaggi, che li assolve, li redime e li rende tutti un po' simili, stereotipati. Manca loro quella unicità, quel lato oscuro, di cui è ricca la letteratura americana. E poi questi finali aperti, speranzosi, possibilisti quando non sfacciatamente ottimisti, mi annoiano e non mi emozionano.
Per ragioni di lavoro oggi mi sono recata nel reparto maternità di un ospedale. Le ostetriche si vantavano di essere attrezzate per parto in acqua, corsi di massaggi alla partoriente, bagni profumati all'essenza di frutti esotici e simili amenità.
Quando ho domandato "Ma qui fate l'epidurale?" mi hanno guardato come se avessi chiesto di poter mangiare un neonato, magari ben cotto.
"Per carità, qui siamo per le cose naturali!"
"Anche il cancro è naturale" ho risposto io e la conversazione si è arenata.
Io so che quando partorirò farò l'epidurale. Non vedo perchè dovrei soffrire quando anche per otturare un dente è prevista l'anestesia. Qualcuno dovrebbe spiegarmene il motivo.
Pericoloso per il feto e per la madre? Come tutte le altre anestesie (e come tutte le procedure mediche) ha i suoi rischi, ma non credo che siano così elevati altrimenti come si spiega che in Gran Bretagna e Francia il 70% delle partorienti utilizzi l'epidurale? Sono tutte completamente pazze??
Negli Usa la percentuale di donne che partoriscono senza dolore è addirittura il 90% mentre in Italia è ferma al 3,7% (dati Istat, aprile 2001).
Qualcosa non torna.
Si dice che in Italia siano poche le donne a richiederla. Certo, nessuno può richiedere un trattamento medico quando non sa che esiste o quando il medico lo presenta come un rischio da malate di mente o se per farlo deve andare 300 km lontano da casa.
L'unica spiegazione che riesco a darmi è l'imperare in Italia della cultura del dolore e la scarsa libertà sul proprio corpo a cui il sistema sanitario nazionale (e non solo) vuole relegare la donna.
L'epidurale deve essere una scelta che una donna è messa nelle condizioni di poter prendere. Altrimenti finisce che, come al solito, vive meglio solo chi ha i mezzi culturali ed economici per comprare una libertà che altrimenti viene negata.
Oggi il femminismo si è ridotto a poter mostrare il sedere in televisione.
Lo Stato non fa un benemerito cazzo per le donne. Potrei scrivere quintali di dati sulla scarsità degli asili nidi (indispensabili perchè una donna possa reinserirsi nel mondo del lavoro) sulla buffonata degli assegni familiari, per non parlare degli ultimi attacchi all'aborto e del famoso tetto di cristallo che persiste più che mai.
Come vengono trattate e considerate le donne in Italia è la cosa che più mi fa incazzare. Soprattutto perchè siamo noi a farci fare tutto questo. Dal primo "non esco perchè il mio ragazzo è geloso" in poi, è tutto uno scivolare verso il basso.
A proposito, lo so che ci sono cose più importanti del parto indolore, per carità.
Ad esempio rifarsi le tette. Per quello te la fanno l'anestesia.
Qualcosa rimarrà tra le pagine
e sarà smarrito
Lo ritroverai
un giorno
e riderai di te
con mestizia
Talora non siamo
che i nostri migliori
ricordi
In un solo gesto mi sfilo gli shorts e la canottiera. Ho la pelle abbronzata da un mese di lavoro sul mare e una lieve peluria dorata lungo le scapole. Il vestito color crema mi va grande, così lo stringo in vita con il nastro di raso blu. Infilo i sandali col tacco e per l'occasione azzardo un filo di rimmel e di ombretto azzurro. I capelli sono il solito cespuglio rigonfio ma so che a lui piacciono così e li lascio sciolti a ricadermi sul seno. Apro la finestra e i resti del tramonto entrano per farmi compagnia. Trascino la sedia verso di me e mi accomodo, con il viso appoggiato al davanzale. Bevo gli ultimi colori del giorno, l'arancio abbraccia il cremisi e si tuffa nel cobalto. Io stringo quel tramonto come fosse una coperta e sento la paura che ho nel cuore disciogliersi nell'aria.
Da lontano avanza una vecchia panda rossa. Lui sta arrivando e raccolgo in fretta la borsa.
Un ultimo sguardo trepidante fuori dalla finestra, un estremo incrocio di occhi e speranze, e già mi precipito giù per le scale.
Mi sorride, apre la portiera, mi siedo. Non dice una parola. Un bacio suggella il silenzio. Mi sdraio e socchiudo le palpebre.
La macchina parte incontro al sole che muore.
A breve qualcosa di mio nell'Antologia di Las Vegas Edizioni: qui
Il senso scivola
tra le pieghe del giorno
Ti sfugge
l'adagio che diviene
mosso
il variare di un quarto
del ritmo del cuore
Non ci sono squarci di luce
nè finali da film
è solo vita inconsulta
battito irregolare
Ti quieta la nenia
che ondeggia nel vento
Ti consola il buio
appeso alla luna
1998.
Ho sedici anni, capelli mossi incolti, occhiali viola storti di lato e i soliti pantoloni di velluto neri. Ottobre sta scolorendo in un novembre piovoso e mia madre mi ha trascinata per forza a farmi un'ecografia. Sto bene ma lei è una fanatica della prevenzione e mi promette di comprarmi un paio di jeans se non farò storie. Sono tre mesi che cerco i soldi per acquistarli e mi sembra un baratto accettabile. In quel momento ancora non so che non riuscirò più ad indossare i jeans.
Sono al terzo anno di Liceo classico e mi piace studiare, ho la media dell'8, amo sopra ogni cosa leggere, soprattutto letteratura francese e russa, la scorsa primavera ho vinto un premio letterario e con i soldi mi sono pagata la mia prima vacanza: due settimane ad Edimburgo che sono volate.
Da qualche mese sono riuscita nell'impresa che tento da una vita: mettermi insieme al mio migliore amico. Sono innamorata del mio vicino di casa da quando ho sette anni e finalmente ci siamo dichiarati.
Sono felice, sono inconsapevole, sono ancora una bambina. Ho tanti amici e esco spesso ma non ho mai dato preoccupazioni ai miei genitori. Tutto sommato alla discoteca preferisco una partita a Risiko o un buon libro.
Sono forte ma non l'ho ancora scoperto, come ignoro di avere un tumore che mi cresce dentro da chissà quanto.
A svelarlo è l'ecografista, che suda freddo e indugia sulla mia pancia. Si toglie gli occhiali li asciuga e ricomincia a passarmi lo strumento sull'addome. Mia madre si avvicina al monitor e sbianca. "Cos'è quello?" chiede e poi sviene. Salto giù dal lettino e la abbraccio. La chiamo per nome, la scuoto, si riprende.
L'ecografista, che è una collega di mia madre, mi rimette sul lettino, mi asciuga e mi fa vestire. "Dobbiamo fare degli accertamenti" mi dice e io annuisco. Sento una calma strana scendermi dentro, sono completamente inebetita mentre arriva l'urologo con due infermieri. Mia madre è pallida come una morta, sono io a tranquillizzarla. Ci trascinano in un'altra stanza e mi fanno spogliare.
Inizio ad avere paura, non so cosa vogliono farmi ma capisco subito due cose. Sarà doloroso. Non potrò evitarlo in nessun modo.
Mi sento come un animale braccato in un angolo, la mente inizia ad andare per i fatti suoi. Mi tengono fermi in tre mentre mi fanno l'analisi. Vorrei essere forte per mia madre che sta piangendo ma non posso trattenermi, il dolore è come una vena impazzita che mi pulsa nel cervello. Urlo, mordo un infermiere, gli pianto le unghie così a fondo nella mano che quel poveraccio inzia a sanguinare, ma non mi dice una parola di rimprovero.
Sono finita in un libro di Kafka. La realtà si piega su se stessa e sento tutto quello che sono stata finora crollarmi davanti. Sono solo un corpo, piegata alle esigenze della malattia. Mentre mi rivesto sanguinante me ne faccio una ragione ed è un bene perchè devo riuscire a rimanere in piedi.
Mi aspetta una settimana di ospedale, l'operazione e infine il verdetto sull'analisi della mia massa tumorale. Benigna. Piango quando ce lo dicono. Il mio caso rientra nello 0,001% delle probabilità. Troppo poco per lasciarci la pelle, penso e sorrido.
Non so che nel 2001 il tumore tornerà, che andrò in shock anafilattico durante l'operazione e rischierò di morire. Non so che dovrò controllarmi tutta la vita con analisi dolorose, non so che nel 2008 il mio amato urologo mi dira "puoi cominciare a considerarti guarita".
Ma so che il futuro è una nebbia indistinta fatta di milioni di strade e alcune portano in luoghi che non vorresti mai conoscere. So che la vita è caduca e che solo attraverso il dolore puoi saggiarne la consistenza.
Ho sedici anni e so tutto questo. Esco dall'ospedale e non ho paura di morire.
Ho solo paura di non riuscire a vivere fino in fondo il tempo che mi è concesso.
Attendi lo scorcio di blu
che ti apra l'anima
seduto in bilico sui tuoi però
Abbiamo smarrito
le ore della veglia
e adesso
sappiamo solo tacere
Su questo scoglio
stagliato contro il cielo
non oso rompere l'incanto
che ci fa esistere
Quello che siamo
è bruma di marea
conchiglia spezzata, lucente, levigata
Quello che siamo
è schiuma evanescente
riflusso, granello di sabbia
Un granchio
che cerca riparo
mentre il sole muore
Ogni volta che sento parlare di marginalità mi ricordo di Serena.
Eravamo in classe insieme alle elementari, lei arrivò quando frequentavo la seconda ma era di un anno più grande perchè l'avevano bocciata in prima.
Serena aveva i capelli che ondeggiavano tra il biondo e il rosso, occhi di un celeste pallido e una marea di lentiggini. Serena mi somigliava così tanto che ci scambiavano spesso per sorelle e questo ci divertiva immensamente.
Serena non era extracomunitaria o rom. Veniva da una famiglia come tutte le altre, solo più povera, più disgraziata dicevano al mio paese, e sua madre aveva una grave forma di malattia mentale che la dissociava dalla realtà.
Oppure, come sussurravano le vicine di casa, era un po' tocca. Passava le giornata a rincorrere le coccinelle nei prati, a intrecciare corone di fiori, oppure a pregare in chiesa, rannicchiata davanti all'immagine della Madonna.
Serena e suo fratello crescevano selvatici e non si facevano mai il bagno. Io, abituata a fare a botte con i maschi, non ci facevo neppure caso e così divenni l'unica amica di Serena. Veniva a giocare a casa mia e mia madre, con una delicatezza che allora mi sfuggiva, spesso la lavava nella nostra vasca e le puliva anche i vestiti.
Serena è l'unica vera buona azione che ho fatto nella mia vita e come tutte le vere buone azioni l'ho compiuta senza rendermene conto. Le volevo bene perchè era simpatica, un po' scapestrata come me ma anche dolcissima. Anche noi eravamo poveri e vestivamo con abiti usati, anche noi abitavamo nelle case popolari, anche noi giocavamo per la strada e rubavamo gli spiccioli dalle auto rimaste aperte per comprare un ghiacciolo.
Capivo perfettamente perchè a scuola tutti la evitavano ma mi sembrava una motivazione talmente stupida che non meritava neppure di essere considerata.
Il fatto che fossi la miglior alunna della classe (nonchè una che faceva a botte con facilità) mi salvava da qualunque discriminazione nei miei confronti, ma anche questo l'avrei capito solo dopo.
La storia di Serena si tinse di dramma nell'estate della quarta elementare, quando sua madre uccise la nonna con un forcone.
Noi eravamo in vacanza e quando tornammo la trovammo sconvolta in una casa famiglia. Non descriverò gli anni successivi, la tristezza che quella bambina celava in fondo agli occhi è troppo straziante per essere raccontata. Comunque i miei genitori provarono ad adottarla e noi continuammo a vederci e ad essere amiche, pur se divise su due vite che erano destinate ad allontanarsi sempre di più.
Alla fine una famiglia la adottò e ci chiesero di rinunciare per sempre a vederla, affinchè suo padre (che ci pedinava) non potesse mai scoprire dove l'avevano mandata. Ubbidimmo e mia madre, che l'amava come una figlia, soffrì più di me.
Quel che più ricordo di Serena è la grande dignità con cui sopportava la vita a soli 9 anni e l'immensa voglia di vivere che niente riusciva a spegnere.
Quante solitudini ci sono dietro a visi di chi ci lasciamo scivolare vicino ogni giorno senza vedere, quante anime ricche ci perdiamo solo perchè non ci sembrano degne di essere definite umane.
Di sicuro abbiamo fatto del bene a Serena, ma lei ne ha fatto ancora di più a noi.